10 ottobre 2013

La Gravity della situazione, astrofobia portami via

Cos'è Gravity per me?


Partiamo da questo. Fino a poco tempo fa non ne seguivo la gestazione, lo ammetto, per me era il nulla cosmico (appunto).
Poi succede che ne vedo il trailer, di quelli che mettono nei cinema prima della proiezione e ci resto. George Clooney, Sandra Bullock. E lo spazio, chiaramente. Stop.



Una bella decisione che ha un sapore un po' minimale, ma comunque ragionata, cosa che non è più parte dell'industria cinematografica moderna, dove si buttano dentro personaggi, storie e cameo giusto così, perché c'abbiamo i soldi e lo possiamo fare. Probabilmente una bella scommessa per Alfonso Cuarón che ha girato, montato e prodotto Gravity e po ci ha anche aperto la settantesima edizione della Mostra di Venezia.
Posso azzardare? Una scommessa vinta.




Gravity è uno space movie con i fiocchi, non sarò un esperto del settore (e scusatemi), ma dal punto di vista dell'accuratezza scientifica il film mi è parso impeccabile. Niente suoni nello spazio, niente teste che scoppiano per la pressione o esplosioni atomiche nel vuoto siderale. E questa accuratezza è una delle cose che aiuta lo spettatore nell'immedesimazione delle scene. I suoni che mancano nello spazio vengono sostituiti da sottili e impercettibili bordoni che aumentano sempre di più d'intensità fino ad esplodere togliendo il respiro, come un destro che ti arriva alle costole, sottolineando i momenti di tensione. Un'altra scelta che dimostra lo spirito minimale del film. Minimale fino ad un certo punto però, eh. Se vi aspettate due tizi che fluttuano nel nero cosmico a cincischiare per un'ora e mezza siete fuori strada.
Gli scorci della Terra vista dallo spazio sono un pacifico, colorato e meraviglioso sfondo che fa da contraltare ad un vero e proprio dramma che cresce e aumenta per tutta la durata del film. Le scene si dilatano per tempi lunghi, quasi insopportabili, per sottolineare la sensazione di smarrimento, di impotenza di fronte al vuoto nero dello spazio. L'azione non manca, e quando si presenta è furiosa. Detriti che volano a velocità folli, visuali in prima persona nelle scene più concitate, perfino qualche scena gore.
Ero titubante sull'uso del 3D in un film di genere, perché trattandosi di una tecnologia relativamente nuova, non si è ancora in grado di regolare la luminosità come si deve nelle proiezioni, e succede spesso che gli occhialini utilizzati rendano l'immagine meno limpida, più scura. E trattandosi questo di un film ambientato nello spazio, non era proprio l'ideale, ecco. Soprattutto se, come mi è capitato, il 3D viene usato in una scena in tutto il film, e pure male.
Ma non è assolutamente questo il caso, tralasciando i soliti problemi di cui ho appena parlato, il 3D ha il suo motivo di esistere in questa pellicola, non è solo un modo per far pagare di più il biglietto. Viene utilizzato nella narrazione, per mostrare dettagli che con le due dimensioni sarebbero andati perduti, e si può trovarlo spesso e volentieri (a voler essere delle signorine Rottermaier, forse addirittura troppo?).
In definitiva, visivamente solidissimo, con un 3D che ha il suo perché. Ringraziamo il signor Emmanuel Lubezki per il grande lavoro.

E ok, un breve excursus sul mero aspetto tecnico ce lo siamo levato dalle balle. Parliamo di quello che mi ha colpito del film.
La trama è la cosa più semplice che si possa pensare: un banco di detriti nell'orbita terrestre che viaggia a 30.000 (TRENTAMILA) chilometri orari distrugge tutti i satelliti per le telecomunicazioni e arriva a colpire una stazione orbitale alla quale stanno facendo lavoretti di manutenzione tre astronauti, devastando tutto e lasciando gli astronauti in balia dello spazio. Da qui, bisogna trovare un modo per sopravvivere.
Tutto qua, sembra... Ma lo spazio è davvero un inferno, l'ambiente più inospitale per eccellenza. Niente gravità, niente ossigeno, la temperatura raggiunge i -127 gradi e per allontanarsi dall'orbita terrestre e finire a vagare nel nulla per sempre, senza speranza di salvezza, ci vuole davvero pochissimo. L'astrofobia insomma è davvero alle stelle. Rendersi conto di essere piccoli, troppo piccoli e soprattutto impotenti davanti all'universo.

E credeteci o no, Sandra Bullock riesce a trasmettere tutto questo.









Ehm sì, questa Sandra Bullock.





Che non sarà perfetta eh, sia chiaro. In alcune scene ancora abbaia (no, dico sul serio). Però, essendo arrivata quasi a cinquant'anni, la signora Bullock nel complesso è credibile nel ruolo di donna astronauta alla mercè di un qualcosa di infinito e letale come lo spazio. Il suo personaggio viene raccontato tramite i dialoghi che ha con i suoi compagni di sventura e con le poche voci fuori campo provenire dalle ricetrasmittenti. Un background quasi assente, probabilmente per aumentare l'immedesimazione. Comunque, viene affiancata da un tizio che balla la macarena e poi basta, che non so chi sia, scusatemi. E poi viene affiancata soprattutto da un George Clooney che non si sforza di entrare in un qualche tipo di personaggio. Fa semplicemente il George Clooney, se fosse stato astronauta invece che attore. Nessuna intenzione di costruire un personaggio attorno.



Dicevamo all'inizio del post: cos'è Gravity per me? 

Il lungometraggio visto come tale è godibilissimo, non perfetto magari. Che oh vabbè che vabbè, però "cala cala Merlino". Qualche scena fuoriluogo e forse un po' troppo sopra le righe era evitabilissima a mio parere. Ma è un ottimo space movie, davvero.

Se guardiamo Gravity come un'esperienza da vivere, piuttosto che film da osservare passivamente, prendendolo di pancia invece che di testa, beh ci troviamo davanti ad una delle opere più riuscite come immedesimazione e senza dubbio nell'utilizzo della tecnologia 3D. 
Uno spettacolo per gli occhi, crudele, soverchiante, eppure così affascinante. 
Come lo spazio.




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